Il cortocircuito ha preso forma dietro le sbarre, nella solitudine delle celle e nel disagio che si espande continuamente. La quotidianità penitenziaria, in Lombardia come nel resto del Paese, consegna una contraddizione profonda: «Se non si cambia registro, le prigioni italiane, anziché restituire alla società persone che hanno cambiato vita, prepareranno nuovi delinquenti», riflette monsignor Daniele Gianotti, vescovo di Crema e delegato della Conferenza episcopale lombarda per le carceri. A scalfire il silenzio che spesso ammanta il dolore della giustizia c’è l’impegno della Chiesa. Ne ha parlato monsignor Mario Delpini, arcivescovo di Milano, nel suo recente Discorso alla Città, e lo ha ribadito il messaggio dei vescovi lombardi – che hanno chiesto «un gesto di clemenza da parte dello Stato» – in vista del Giubileo delle persone detenute che si celebrerà domenica.
Monsignor Gianotti, quanto è forte il grido di disperazione che si leva dalle nostre carceri?
L’indicatore più drammatico è quello dei suicidi, a volte anche la modalità dei suicidi: manifestano un desiderio di morte agghiacciante, che dice molto di più di quanto non possono dire tutte le statistiche sul sovraffollamento, sulle condizioni indegne in cui si vive in carcere e anche di chi deve operare in carcere, su tutte le difficoltà che si incontrano anche per la minima richiesta, il minimo permesso…
La speranza è l’elemento centrale del Giubileo. Ma come si può portare la speranza anche nelle carceri?
Prima di tutto con la consapevolezza. Mi pare che anche nelle comunità cristiane il “pianeta carcere” resti sconosciuto ai più, nonostante la parola di Gesù: “Ero carcerato, e siete venuti a visitarmi’: E ho pure l’impressione che molti, anche tra i cristiani, condividano un’idea di carcere unicamente punitiva, e assai poco cristiana. Come si può annunciare la speranza, con questa mentalità? E poi, la speranza si annuncia con la vicinanza: con modalità di volontariato, con l’aiuto ai carcerati e alle loro famiglie, favorendo i percorsi di fine pena, le misure alternative alla detenzione.
La Costituzione indica che la pena debba tendere alla rieducazione. E’ un messaggio tradito dalla realtà quotidiana che si vive oggi negli istituti di pena, sempre più affollati e popolati da un disagio sociale, sanitario, psichico?
Sì, siamo molto lontani da ciò che prescrive la Costituzione. La beffa è che tutte le statistiche mostrano che quanto peggiori sono le condizioni di carcerazione, tanto più alta è la probabilità
di recidiva: di tornare a delinquere, insomma. Se non si cambia registro, le prigioni italiane, anziché restituire alla società persone che hanno cambiato vita, prepareranno nuovi delinquenti.
Tutto questo, peraltro, non aiuta neppure le vittime dei reati, che meritano massima attenzione e rispetto: cose che si manifestano molto più con percorsi di giustizia riparativa, piuttosto
che solo punitiva.
La sofferenza è vissuta anche da chi nelle carceri ci lavora, come agenti, operatori e funzionari. Quale messaggio consegna a queste persone?
Prima di tutto un ringraziamento a tutti quelli e quelle – per buona sorte, ci sono molte donne, nell’amministrazione penitenziaria – che, in condizioni molto difficili, fanno il possibile per
rendere più tollerabile la vita quotidiana in carcere: meritano tutto il nostro rispetto. E poi l’invito a non appiattirsi su una visione punitiva e vendicativa della condizione carceraria: anche
perché chi ci lavora dentro sa benissimo che questa mentalità non conduce da nessuna parte.
Quali sono i tratti caratterizzanti dell’impegno della Chiesa lombarda all’interno delle carceri?
Nelle carceri lombarde opera una bella rappresentanza di tutto il popolo di Dio: cappellani, consacrati e consacrate, laiche e laici volontari. Ci sono persino suore che vivono in carcere. Oltre all’impegno delle Caritas diocesane, ci sono associazioni e gruppi che in tanti modi si danno da fare per chi sta in carcere, e anche per chi esce. Questo è un punto delicato: non possiamo permettere che chi esce dal carcere si trovi in una situazione così disperata – perché rifiutato, perché non trova casa, lavoro, accoglienza… – da chiedere di rientrarvi. Ed è successo. Anche in
questo l’impegno delle diocesi lombarde dovrà senz’altro continuare e crescere.
Articolo di Luca Bonzanini, pubblicato su “Avvenire – Milano Lombardia”, pag. 1, 11 dicembre 2025
11 Dicembre 2025
